Avalokiteshvara e la compassione

Praticare la compassione

Praticare la compassione, meditazione di karunā e riflessioni sui quattro incommensurabili stati mentali salutari per una visione organica

Come praticare la compassione? Sono piuttosto conosciute le pratiche di gentilezza amorevole (mettā) ma non lo sono altrettanto quelle della compassione (karunā).

Già il termine compassione si presta a molti equivoci: nella pratica buddhista la compassione è vedere e comprendere appieno la sofferenza di un’altra persona, di un altro essere, ma senza soffrire a nostra volta, senza perderci in quella sofferenza che ci impedirebbe di essere di reale beneficio. Vogliamo far sentire accolta, ascoltata, vista la sofferenza, e vogliamo portarla nel nostro cuore dandole tutto lo spazio necessario. per trovare una nuova dimensione, una prospettiva che le consenta di calmarsi, ridursi, estinguersi.

È come incontrare un bambino piccolo che piange: piuttosto che stare ad analizzare, discutere, giudicare, potremo prenderlo tra le nostre braccia, farlo sentire sicuro, accolto, ascoltato e soltanto quando si sarà calmato ci sarà modo di capire cosa è successo e portargli un aiuto effettivo.

La meditazione è ripresa da questa che segue insegnata da Ajahn Amaro.

Meditazione sulla saggezza e la compassione

Traduzione dal libro di Ajahn Amaro, “Finding the missing peace”, disponibile sul sito del Monastero Amaravati.

Rilassiamo il corpo

Iniziamo prendendoci un momento per portare l’attenzione nella postura e lasciare che il corpo si sistemi. Consentiamo alla colonna vertebrale di allungarsi, di stendersi in una comoda posizione eretta. Lasciamo che il resto del corpo si rilassi completamente intorno alla colonna vertebrale. Concediamoci il permesso di essere a nostro agio, di sistemarci.

Lasciamo che tutto il corpo si rilassi… i muscoli del viso e delle spalle… lo stomaco… ovunque nel corpo trovi qualsiasi tipo di tensione. Permettiamoci di essere consapevolmente morbidi. 

Portiamo l’attenzione sul respiro

Portiamo l’attenzione sulla sensazione del respiro, non cercando di cambiarlo in alcun modo, solo sentendo il corpo respirare nel suo ritmo naturale. Lasciamo che la sensazione del respiro sia un indicatore centrale, un punto focale, per la nostra attenzione. Semplicemente seguiamo il respiro il più completamente possibile, seguendo ogni inspirazione… ogni espirazione.

Osserviamo la distrazione della mente

La tendenza della mente è verso la distrazione. La sua abitudine è quella di afferrare un suono o una sensazione o un’idea e crearne un’intera storia… per partire da essa. Quando osserviamo che sta accadendo, ogni volta che scopriamo che la mente è partita, è stata catturata e distratta, alleniamoci a notarlo, a risvegliarci alla sensazione di distrazione e poi a lasciar andare consapevolmente, a rilasciare ciò che la mente ha afferrato e torniamo al momento presente, segnato dalla sensazione del respiro.

Coltivamo una mente e un cuore ricettivi

Se troviamo che la mente si sia persa in un treno di idee, in una storia, e non si lascia andare, coltiviamo la qualità del semplice ascolto di ciò che la mente sta dicendo. Piuttosto che cercare di metterlo da parte, portiamolo consapevolmente al centro dell’attenzione. Lasciamo che dica la sua. 

Iniziamo dicendo: “Ciò che voglio è…” “Ciò che temo è…” “Il modo in cui dovrebbe essere è…”. Quando si presenta la distrazione, consapevolmente esaminiamola… ascoltiamola… lasciamola entrare. Ascoltiamola con un cuore tenero e ricettivo. Accettiamola. Conosciamola. Lasciamola andare.

Potremmo trovarci a pensare, mentre ascoltiamo la storia, che potremmo spiegarla meglio. Quando finiamo di formulare questa affermazione, lasciamo che l’espirazione la porti via. Lasciamo che il cuore torni al silenzio.

Qualunque sia il pensiero, che si tratti di qualcosa di personale o dei dolori del mondo, delle guerre e dei terribili conflitti che vengono in mente e sgorgano nel cuore, basta osservare il battito del cuore dopo un sentimento, un’idea, un’immagine. Usiamo questo modo di ascoltare facendolo entrare nel cuore. Diamogli voce. Esprimiamo cosa sta succedendo. Nell’atto di esprimerlo, di rivendicarlo, guardiamo  come si trasforma… osserviamo cosa succede quando lo facciamo.

Applicare l’Elemento Saggezza/Intuizione

Se la mente è abbastanza ferma e stabile, riflettiamo su qualunque cosa sperimentiamo nella percezione… ciò che sentiamo, ciò che sentiamo nel corpo, qualunque pensiero sorga… qualunque cosa possa essere. Riflettiamo su tutto, l’intera serie.

Lasciando andare l’ossessione per il contenuto, approfondiamo e riempiamo la qualità della saggezza dicendo o riflettendo: “Questo è incerto, transitorio, insoddisfacente. A chi appartiene questo momento? C’è un proprietario?” Stimoliamo questa qualità di conoscenza… di indagine… di saggezza. Non per cercare di capire tutto, ma per aiutare il cuore a riposare sempre più pienamente nella spaziosa accoglienza della consapevolezza dal cuore aperto, essendo quella consapevolezza dal cuore aperto. Accogliamo tutto all’interno. Facciamo spazio a tutto all’interno. Abbracciamo tutto, senza essere possessivi. Lasciamo andare tutto. Vediamo la trasparenza di tutte le cose.

Riflettiamo in questo modo per aiutare ad allentare le supposizioni che facciamo sull’ego e sul sé. Possiamo farlo in meditazione pensando al nostro nome. Basta ascoltare e prestare attenzione alla risposta del cuore che conosce la trasparenza dell’ego e del sé. Come vedere improvvisamente attraverso qualcosa che si pensava fosse opaco… vederne la trasparenza. Lasciamo che il cuore riposi in quella maggiore spaziosità, in quella luminosità.

Referenze

Riflessioni e meditazione su come praticare la compassione di Sirimedho Stefano De Luca  registrate nel gruppo di meditazione dell’Associazione Kalyanamitta il giorno 9 dicembre 2022.

Ajahn Amaro, “Finding the missing peace”, disponibile sul sito del Monastero Amaravati.

Foto di copertina: il bodhisattva della compassione Avalokiteshvara dalle molte braccia, Asian Civilisations Museum.

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