In queste Riflessioni su compassione e sofferenza prendiamo spunto dalla letture dei versi della strofa numero 28 del Dhammapada, raccolta di versi del Buddha, sulla compassione dal punto di vista di chi è illuminato:

28
I risvegliati
che hanno assaporato la libertà
da ogni distrazione
coltivando la consapevolezza
vedono tutti i sofferenti
alla luce della compassione,
come chi dalla cima di una montagna
osservi la pianura.

Dhammapada Per La Contemplazione, traduzione di Ajahn Munindo

Nelle riflessioni, osserviamo come raggiungere l’illuminazione non voglia dire diventare freddi e distanti dal mondo, ma piuttosto al contrario sia possibile sviluppare le virtù salutari della gentilezza amorevole, dalla compassione, della gioia compartecipe e dell’equanimità (stabilità). Andare oltre la sofferenza ci permetterà di aiutare tutti gli esseri, sulla base della compassione, ma di non essere più coinvolti nella sofferenza, avendo riconosciuto la sostanziale natura vuota dell’oggetto della sofferenza, l’idea di avere un sé permanente che ci definisca.

Questi versi ci ricordano che l’illuminazione non è un distacco freddo dal mondo, ma piuttosto un profondo coinvolgimento con esso. L’illuminato sviluppa le virtù salutari della gentilezza amorevole, della compassione, della gioia compartecipe e dell’equanimità. Queste virtù non sono solo sentimenti piacevoli, ma strumenti potenti per andare oltre la sofferenza.

La compassione, in particolare, è una forza trasformativa. Non è solo un sentimento di simpatia per la sofferenza altrui, ma un profondo desiderio di alleviare quella sofferenza. La compassione ci spinge ad agire, a fare tutto il possibile per aiutare gli altri. E in questo agire, scopriamo la nostra connessione con tutti gli esseri.

Ma la compassione non significa essere coinvolti nella sofferenza. Al contrario, la compassione ci permette di vedere la sofferenza per quello che è: un fenomeno impermanente, senza una realtà intrinseca. Questa visione ci libera dalla presa della sofferenza. Non siamo più definiti dalla nostra sofferenza, ma dalla nostra capacità di rispondere ad essa con gentilezza e comprensione.

La sostanziale natura vuota dell’oggetto della sofferenza, l’idea di avere un sé permanente che ci definisca, è una delle più grandi scoperte dell’illuminato. Questa scoperta ci libera dalla prigione del sé, ci permette di vedere noi stessi e il mondo in una nuova luce. Non siamo più limitati dalle nostre storie e dai nostri concetti, ma possiamo vivere in piena libertà e apertura.

Questi versi del Beato ci invitano a esplorare la via dell’illuminazione, a sviluppare le virtù salutari e a vedere la sofferenza in una nuova luce. Ci invitano a vivere con maggiore consapevolezza e compassione, a liberarci dalla presa della sofferenza e a scoprire la nostra connessione con tutti gli esseri. Questo è il dono dell’illuminazione, un dono che è disponibile a tutti noi.

Buona pratica!

REFERENZE

Riflessioni su compassione e sofferenza di Sirimedho Stefano De Luca registrate nel gruppo di meditazione dell’Associazione Kalyanamitta il 14 giugno 2024.

Si può scaricare gratuitamente in formato digitale il Dhammapada dal sito del Monastero Buddhista Santacittarama.

Prima c’è stata una Meditazione sul respiro e la sofferenza

Foto di copertina di user6845250